Tempesta magnetica

E’ mercoledì, sono a casa da lavoro, è una splendida giornata di sole e sto per andare a fare una risonanza magnetica.
Ho veramente l’entusiasmo del principiante, salgo sul tram e compio un tragitto all’insegna dello stupore e della commozione: persone che leggono libri, gente che cede il suo posto agli anziani, passa addirittura il controllore a dare ai viaggiatori paganti la dignità che si meritano.
Il Koelliker mi colpisce per la sontuosità. Mi sembra di essere entrata in un museo, anzichè in un ospedale.
C’è una bella atmosfera che mi rende orgogliosa di pagare le tasse, anche se lo divento un po’ meno quando mi viene presentato il conto della prestazione, cosicchè mi ritrovo a domandarmi per quale motivo io paghi le tasse.
Raggiungo la “Stanza 32” e vengo accolta da un operatore mi ricorda vagamente Paul Giamatti nel film “La versione di Barney”, il quale inizia la mia conoscenza con un interrogatorio.
Prende farmaci? No. Allergie? No. Patologie? No. Mi aspetto che la prossima domanda sia “ma allora cosa ci fa lei qui?”, tuttavia si limita a farmi firmare un foglio dicendomi che è per confermare tutto quanto da me dichiarato.
Di solito non firmo mai niente a scatola chiusa, leggo qualsiasi cosa con ossessione temendo ogni volta che i miei dati finiscano in qualche call-center albanese gestito riciclando denaro della mafia russa che mi tempesterà di telefonate per chiedermi se il mio nome è Stefania e usando la registrazione del mio “sì” per farmi cambiare operatore luce&gas.
Stavolta sono in un ospedale, ragion per cui voglio credere a Barney, anche se il sospetto che io stia autorizzando Giubileo a venirsi a riprendere il mio cadavere esprimendo come ultima volontà l’acquisto della loro cerimonia Prestige, rimane. Ma nel caso sarà comunque a carico dei miei famigliari per cui firmo e via.
Vengo invitata ad accomodarmi nello spogliatoio, privarmi di ogni mio bene metallico (compresi i miei pantaloni ricchi in dettagli cromati) e indossare un camice semitrasparente di un brillante verde muschio.
Ovviamente vengo colta impreparata (ovvero: non mi depilo da due settimane) e se l’avessi saputo prima mi sarei messa i leggins. Spero che il camice mi ricopra come un burka, in realtà arriva a malapena sotto il ginocchio.
Me lo infilo inizialmente con l’apertura sul retro, come un chirurgo, ma l’assenza dell’anestesista che mi leghi correttamente la cintura mi insinua il dubbio che non sia il modo giusto, così me lo tolgo e lo infilo aperto davanti come dal parrucchiere. Ho fatto casino coi laccetti poco prima, quindi non riesco più a trovare una delle due estremità. Armeggio, annodo, cerco di arrotolarmici dentro girando su me stessa come uno spiedo, quando ormai sono fuori tempo massimo esco dal camerino e ho mezze mutande fuori. Vorrei essere infilata nel tubo catodico il più in fretta possibile affinchè i miei bulbi piliferi e le mie vergogne spariscano dalla vista di chiunque nel più breve tempo possibile.
Barney mi fa sdraiare, mi infila un paraorecchie di flanella e poi ricopre la mia faccia con la maschera di Hannibal The Cannibal in formato maxi. Decido di chiudere gli occhi per non vedere altri strumenti di tortura perché la mia prossima mossa potrebbe essere quella di ritrattare, dire che in realtà è tutto uno scherzo, che sto benissimo e non ne ho più bisogno, lascio il mio ticket già pagato a qualcuno di sopra all’accettazione, mi alzo, mi rivesto, tanti saluti e arrivederci.
Invece resto, e purtroppo non svengo nemmeno.
Vengo dotata di sensore di allarme, da pigiare in caso di necessità come il salvavita beghelli e questo mi accende il sospetto che non si tratti esattamente di una passeggiata.
Con un sottofondo assordante vengo teletrasportata in un rave party, probabilmente ci sono anche le cubiste e la sfera specchiata ma non lo saprò mai perché tengo gli occhi serrati.
Sono finita nella macchina del tempo, uscirò da qui nel 2081, Barney sarà decrepito o deceduto mentre io sarò rimasta uguale avendo viaggiato alla velocità della luce.
Rimpiango due giorni fa quando ero in cima a una montagna, solo io e la natura, immersa in un contesto energetico che avrebbe purificato persino un ladro, e adesso sono qui a farmi scannerizzare il cervello.
Se mai avevo un’aura, ora mi stanno trasformando in un cyborg destrutturato da tutte le sue funzioni normali e paranormali.
Quando ho raggiunto il culmine dello stordimento, sopraggiunge Barney a mettermi un laccio emostatico intorno al braccio sinistro e a introdurmi per via endovenosa una sostanza di cui non conoscerò mai il contenuto (probabilmente era scritto in Times New Roman dimensione 2 a fondo pagina del consenso disinformato al funerale Prestige).
Anni passati a lavarmi con detergenti senza parabeni, SLE, SLES e a consumare solamente verdura biodinamica raccolta in luna crescente da uno sciamano andino vergine, spazzati via da un liquido di contrasto che mi renderà fosforescente e visibile al buio come quei costumi da scheletro che vendono ad Halloween.
Avrei preferito macchiarmi la fedina penale con un qualsiasi reato anche grave, piuttosto che sottopormi agli effetti collaterali anche gravi che sta avendo su di me questa la linfa chimica che mi viaggia per il corpo.
Sento un leggero bruciore al braccio, che sale via via alla testa, spero che non sia un liquido troppo corrosivo perché sono già sufficientemente neurolesa. Mi fido di tutti, della dottoressa, di Barney, nessuno di loro mi è parso un angelo della morte e sono disposta ad accelerare i tempi di smaltimento del trauma emozionale di oggi convertendomi per sempre al buddismo e andando in pellegrinaggio Nepal entro un anno.
Appena espresso il voto, inizio a sentire una leggera brezza sul volto, spero che sia la ventola dello scanner che si è surriscaldato e non un’esperienza di pre-morte.
Finalmente, quando ormai ho il campo elettrico a brandelli e percepisco la testa al posto dei piedi, le orecchie sui gomiti, il torace girato al contrario, tutto finisce.
Vengo estratta dal silos, qualcuno mi tocca, probabilmente vengo sommariamente ricomposta, non lo so e non ho il coraggio di riaprire gli occhi. Barney mi aiuta a risollevarmi, sto per mettermi a piangere, chissà se si renda conto di quanto il suo ruolo sia prezioso e misericordioso come consolatore degli afflitti e degli ammalati.
Mi rivesto, lancio un’ultima occhiata all’astronave e mi sembra di non esserci mai entrata, probabilmente è la risonanza che sta producendo i suoi primi, blandi effetti sulla mia memoria a breve termine.
Dopo le ultime formalità sul ritiro degli esiti e dopo essersi sincerato che io sia nel pieno possesso delle mie facoltà motorie e logopediche, Barney mi lascia andare. Nel caso io fossi entrata lì dentro sana, qualcosa mi sarà venuto sicuramente o mi capiterà nell’arco dei prossimi 5 anni.
Fuori ci sono altre persone in attesa, sono tentata di raccontare loro tutto ciò che accade nella stanza 32, cercando di convincerli a cambiare idea e tornare indietro, loro che possono, poi mi dico che se si trovano lì è per un motivo ben preciso e io non sono nessuno per interferire col loro karma.
Cerco alla reception il libro degli ospiti come nei rifugi per poter lasciare la mia recensione: “bella struttura, personale accogliente, caffè e brioches buonissimi, biglietto un po’ caro per l’attrattiva della stanza 32, effetti speciali inaspettati, spero di ritornare di nuovo da voi a farmi smagnetizzare” ma non lo trovo.
Torno a casa così, un po’ dimessa, con un basso profilo, sento la gente sul tram disquisire su cose di tutti i giorni, mentre io sono di rientro dalla capsula di Avatar dopo aver firmato per ben due volte il mio consenso a qualcosa che non saprò mai, venduto l’anima al Dalai Lama e con un liquido di contrasto ancora circolante che smaltirò soltanto cibandomi di licheni come una renna per i prossimi 2 anni, cosa che non farò perché attendo la telefonata del call center che mi proponga di risparmiare sulla bolletta della luce soltanto per rispondergli che al momento non mi interessa. Sono autosufficiente.

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Paras-city

Io sono favorevole alla riproduzione. Chi ci tiene, attraverso la figliazione, alla continuazione di se stesso (di più), del suo partner (di più), della sua specie (di più) della vita sulla terra fino a che gli ultimi due atomi di Idrogeno e uno di Ossigeno saranno lì a permetterlo, ha tutta la mia personale stima e ammirazione perché non è per tutti.
Non solo non è per tutti, ma non è neanche da tutti e men che meno dappertutto.
Io ho una colonia di farfalline bastarde, qui a casa, quelle della farina, che non gli è bastato l’Olocausto che ho causato quattro mesi fa quando ho sterilizzando la dispensa e regalato all’Amiat tutto quello c’era. Stavo quasi per dar fuoco al mobile, ho cambiato idea all’ultimo e ho fatto male.
Loro Sono Ancora Qui.
Questi demoni. E hanno ancora la sfacciataggine di riprodursi davanti ai miei occhi, senza pudore alcuno, sul mio muro bianco, loro due lì, belle grigie, culo contro culo, per poi separarsi e andare a ovideporre indisturbate nei miei viveri acquistati col sudore sulla fronte nei peggiori supermercati di Corso Giulio Cesare.
Ma voi non siete farfalle? Non vi piace svolazzare nella natura, cosa diavolo ci fate a Torino al quarto piano, stipate tra quattro mura di cartongesso, vi piaceva davvero così tanto la mia farina di tipo 2 che avevo comprato per farci il plum cake? Chiedo, visto che è diventato il parco giochi dei vostri piccoli.
Per chi lavoro io?
Per aprire asili domestici di farfalle?
A volte prego il signore perché mi faccia diventare celiaca, perché non ne posso più di tutto questo spreco perpetuo di farinacei. E invece mi ritrovo che nel momento in cui apro un pacco di farina da 1 chilo… mi trasfiguro, divento Cannavacciuolo per due giorni e due notti e vado avanti a cucinare-sfornare-cucinare senza interrompere finchè non è terminato, perché i casi sono due. O lo finisco io, o lo aggrediranno loro.
Inoltre, sono l’unica deficiente della terra che si mangia la polenta nel mese di maggio pur di non lasciare un pacco aperto, perché so già che un avanzo di polenta non raggiungerà intonso l’autunno ma diventerà l’estate ragazzi delle larve delle farfalline.
Che poi mica mi diverto, io, a uccidere. Ogni forma di vita attraversa indenne l’incontro con me, dalle mosche ai ragni, se c’è qualche elemento di disturbo viene adeguatamente accompagnato fuori dalla finestra con le setole della scopa (e abbandonato al suo destino). Sì anche in pieno inverno, certo. Càpita. Lo faccio comunque sempre con un’intenzione materna, per stimolare la loro risposta agli stress fuori da casa mia, e per far sì che trovino il loro giusto posto del mondo (lanciandoli dal quarto piano). Questa storia dei bamboccioni con me non esiste.
Ma mentre i ragni, i pesciolini d’argento, gli acari della polvere, hanno un loro ecosistema riservato e indipendente, le farfalline della farina sono dei coinquilini di una sfacciataggine senza eguali.
S’accoppiano sulle mie pareti, si nutrono dei miei stessi carboidrati, mi partoriscono un numero di figli manco se fossero in via d’estinzione.
Io vorrei tanto che si estinguessero, ma solo da casa mia. Per questo cerco di punirne una spiaccicandola tra i palmi delle mani come il prosciutto nella valdostana, per educare le altre centomila, per diffondere la consapevolezza che io sono un tiranno spietato e la cosa migliore da fare sarebbe tagliare la corda, modificare le abitudini genetiche e diventare animali migratori, come fanno le anatre. Quelle rischiano pure le schioppettate dai cacciatori quando volano in stormo, a voi vi garantisco che nun ve s’encula nessuno.
Insomma, io ho fatto agraria, potrei sfoderare una volta per tutte l’artiglieria pesante, esistono sostanze che agirebbero in maniera terribile su voi, sui vostri figli, sui figli dei vostri figli di generazione in generazione come una maledizione (e invece no, si chiama insetticida), se non l’ho fatto è solo perché non siete riuscite a far arrugginire i miei capisaldi etici sull’uso di veleni contro i parassiti, ma ci state andando molto, molto vicino.
Ora con l’estate si tengono le finestre spalancate, quale via di fuga migliore. Andateci, coraggio.
Là fuori c’è tutto un mondo da scoprire, qui vicino c’è il Duomo con la cupola della Sindone, Piazza Castello che è uno spettacolo, arrivano persino i Russi ad ammirare tanta eleganza, perché sprecare così un’occasione?
Se rimanete qui non vi resta che osservare sui muri gli aloni delle poverette stecchite, che lascio apposta come monito per voi che ancora siete lì a imbozzolarvi in qualche anfratto invisibile, a cagare uova beatamente. State vigili e scegliete una dimora alternativa, poiché di quando arriverà il vostro turno di diventare una valdostana o un macabro elemento decorativo delle mie pareti immacolate non conoscete il giorno né l’ora.
Io, peggio di Crudelia De Mon, adooooro i pois.

La dieta d’u kazz

Facciamo il punto della situazione.
Arretro la memoria nel tempo e trovo un inverno dove il carboidrato l’ha fatta da padrone, per non dire da pappone, sul mio regime alimentare prostituitosi miseramente in cambio di solide calorie che saziassero la mia fame fisica, spirituale e affettiva.
Con la primavera è tornata in auge la stagione dell’amore, e con la leggerezza che la contraddistingue mi sono lasciata andare a ripetuti acquisti di patatine post-lavoro. Mangiare in macchina durante il viaggio di ritorno non si può propriamente considerare un after-hour, ma parecchie volte è stato un’apericena, se consideriamo che nell’area marketing delle industrie alimentari lavorano dei manigoldi spietati che mettono in commercio confezioni di porcherie da 150 grammi cadauna. Lavandosi impunemente la coscienza con una scritta in etichetta che “questa confezione contiene circa 8 porzioni”, quando anche gli ipertesi sanno che aprire un sacchetto di patatine equivale a recidere un’arteria femorale, è impossibile arrestare l’emorragia. A riprova di ciò, basti considerare che NON esistono in commercio confezioni di patatine richiudibili. Le gallette hanno il chiusino, il pan carrè ha il chiusino, la pasta e il riso hanno l’adesivo.
La patatine NIENTE. E “loro” lo sanno benissimo, per questo considero le confezioni di patatine da 150 grammi un crimine contro l’umana forza di volontà.
Io non resisto a non comprarle, figuriamoci a non mangiarle.
Ce la smenano tanto con la questione su droghe leggere e droghe pesanti, quando esistono in giro sostanze potenzialmente letali capaci di dare una dipendenza istantanea, oltre che una devozione totale al marchio di fabbrica.
E’ peggio delle sigarette. Le patatine dovrebbero avere il Monopolio di Stato e il loro consumo andrebbe regolamentato e contingentato.
Dovrebbero mettere sulle confezioni immagini shock per scoraggiare l’acquisto. Io per esempio rischio la morte in autostrada perché mangiandole mentre sono alla guida, mi ritrovo poi nella delicata situazione di dover estrarre un fazzoletto di carta dalla borsa appoggiata sul sedile per pulirmi le mani.  Senza imbrattare di olio la borsa e quello che ci sta dentro, senza arrestare la corsa dell’auto e il tutto possibilmente prima di entrare in città quando mi vedrò costretta a usare il cambio, le frecce, quelle robe lì. In autostrada no, il problema non si pone più di tanto: mi sbatto in terza corsia, quella dei tir, dei pensionati e dei neopatentati, e vado dritto per venti minuti, compiendo quei leggeri assestamenti di carreggiata con il ginocchio sinistro che non ha nulla da fare.
Per la ricerca del pacchetto di fazzoletti,  mi vengono entrambe le mani palmate come le zampe delle oche, la destra che cerca nella borsa evitando il contatto con i polpastrelli unti, la sinistra che si fa palmata anch’essa per un misterioso riflesso incondizionato. Difficilmente trovo i fazzoletti al primo colpo, solitamente si rende necessaria una seconda manovra di trivellazione della mia borsa (che per l’occasione si è trasformata nel pozzo di San Patrizio), manovra compiuta questa volta con le dita chiuse a pugno ma non troppo, con le nocche delle falangi che in questa fase diventano l’organo di senso più sviluppato in assoluto.
Sensibili come un capezzolo, le falangi  individuano l’obiettivo, e con la stessa abilità con cui potrei mangiare del riso bendata tenendo due bacchette cinesi nella mano sinistra, estraggo il trofeo dalla borsa e mi posso finalmente igienizzare i polpastrelli e tornare a guidare nei modi che mi hanno insegnato a scuola guida.
Se dovesse mai succedermi qualcosa mentre mangio patatine al volante, sono pronta a fare da testimonial per una campagna di immagini shock sui sacchetti, così la smettiamo con questa ipocrisia verso i fumatori. Anche se non credo ce ne sarà mai bisogno, con tutte le telecamere piazzate sulla Torino-Milano, quasi sicuro mi arrestano prima.
Fatta questa breve (…eh?) ma intensa e glutammata premessa sul mio consumo abituale di patatine, vorrei confessare apertamente gli altri miei peccati di gola che hanno contribuito a bollare il mio regime alimentare degli ultimi 3-4 mesi come “la dieta d’u kazz”. Ovvero casualità ingerite senza il minimo criterio di digeribilità, valore nutritivo, calorie.
Su orari e pesi non sono attendibile, mi limito a elencarvi i contenuti e i precetti principali.
Cioccolato fondente mangiato come se fosse Pasqua.
Cornetti e croissant come se fossi in Francia.
Attività fisica pari a zero come se fossi magra, oppure come se lo rimanessi per sempre a prescindere.
Proteine animali come se non esistessero gli ormoni.
Caffeina come se non esistesse l’insonnia.
Miele e zuccheri come se avessi la tosse.
Mummie tumulate in freezer secoli addietro (carne non rossa ma nemmeno più bianca) e riesumate come fossi un becchino. O un archeologo. O un becchino archeologo.
Tonno in scatola come se ignorassi il mercurio, salvo trovarmelo poi simpaticamente aggrappato al fegato in uno di quei legami morbosi che vai a spiegarglielo, dopo.
E poi, una su tutte, Lei.
La regina delle mie tartine prima di cena, la mia Nutella salata, quella che nemmeno le patatine potranno mai separarci perché loro sono uno sbandamento passeggero, lei invece è una presenza consolidata nel frigorifero. Sempre. La mia devozione per lei è totale, dovrei essere segnalata alla Unilever come cliente sostenitore, meriterebbe un post dedicato, e lo farò.
La Maionese Calvè.
A degna conclusione dell’elenco (comunque non esaustivo) dei contenuti principali della mia dieta d’u kazz.
Mi salvo soltanto perché non ho una bilancia in casa e non so quantificare il danno in termini di chili, posso però constatarlo in termini di pantaloni primaverili-estivi che ho indossato per anni abitualmente e che al momento non superano le prova “chiusura del bottone”, a malapena han superato la circonferenza del culo senza aprirsi in due come le quaglie del girarrosto.
Esiste però un impercettibile vantaggio all’orizzonte, una preparazione che torna utile, un’inequivocabile dilatazione di stomaco che mi porterà il giorno di pasquetta al superamento in scioltezza dell’esame più faticoso, quello dove non si guarda in faccia a nessun grasso saturo.
La PROVA COSTINE.

La ri-vincita dello specchio rotto

Oggi è mercoledì e ho questa atmosfera addosso da Settimana Santa.
Oggi è il giorno del pianto.
Piango in macchina ascoltando un brano vetusto quale “Una donna così” di Gianluca Grignani, che mi ricorda la mia seconda media e tutte le sue malinconie annesse e connesse.
Piango da Sara, che mi ha messo ancora una volta di fronte alle tante parti di me che hanno tutte quante diritto ad esistere, hanno tutte voce in capitolo, pari opportunità, stesso bisogno di nutrimento.
Piango qui a casa, chissà perché, piango e penso che i figli dei genitori separati vivono il dramma degli orfani senza passare per il lutto che darebbe loro il diritto a sentirsi così.
Hanno il marchio di fabbrica dell’amarezza, del disincanto, dell’impotenza, eppure in fondo mica è morto nessuno.
Eterni portatori di colpe inesistenti, all’infinita ricerca di un perdono scontato, di rivincita, di riscatto.
Genitori che non ce l’hanno fatta a restare insieme, figli che non ce l’hanno fatta a tenerli insieme, una sola famiglia in cui perdono tutti o comunque non vince nessuno.
Hanno in corpo il sangue mescolato di chi si è scoperto incompatibile a scoppio ritardato, una doppia elica di DNA tenuta insieme soltanto dalla scienza della sopravvivenza e non dall’alchimia dell’amore. Sono un vaso di terracotta frantumato in una lite delle tante, con i cocci tenuti insieme da una colla di seconda qualità, sono una roba diversa dai vasi interi, o almeno questo è quello che si vivono dentro e si vede da fuori.
Vivono nella paura di potersi disgregare a loro volta, i figli di quelli che han smesso di amarsi.
Hanno l’amarezza nello sguardo di chi ha visto che il bello non dura, di chi ha sperimentato il rovescio della medaglia, primo premio non meritato di una gara mai giocata, persa a tavolino qualche tempo dopo aver vinto la vita.
Hanno una ferita aperta sul mondo, hanno per sempre un conto in sospeso con l’amore, creditori di qualcosa che non gli verrà più restituito ma che dovranno fabbricarsi dall’interno, pezzettino per pezzettino.
Sono una casa messa in cantiere da un’impresa edile andata in fallimento prima del tempo, e si ritrovano da adulti come lo scheletro di una carcassa di cemento armato, senza infissi, senza serramenti, costruita su un terreno abusivo e abbandonata al suo destino prima del tempo.
Un’opera incompiuta. Un’opera sbagliata.
Alcuni figli di genitori separati cercheranno in tutti i modi un acquirente a cui delegare la continuazione dei lavori interrotti, si svenderanno a prezzo d’asta, accetteranno compromessi con progettisti da quattro soldi, si specchieranno per una vita in palazzi fatti e finiti e sognando il disegno immaginario della loro reale architettura.
Ma i figli dei genitori separati devono, più degli altri, imparare a diventare genitori di sé stessi, devono ripartorirsi, risvezzarsi, rieducarsi, rialzarsi, ristrutturarsi puntando tutto sul loro architetto interiore.
Utilizzare materiali di pregio, particolari scelti con cura, avere pazienza se i lavori rallentano, scardinare la vecchia idea che hanno avuto di sè e incominciare a immaginarsi per ciò che sono davvero. Un castello, una dimora di lusso, un cottage irlandese o una palafitta sul mare col tetto di paglia e il ponticello di legno. Chissà.
A un certo punto, per volere o per necessità, per destino o per scelta, i figli dei genitori separati riprendono nelle proprie mani ciò che è stato inter-rotto secoli prima, in una vita che pareva dimenticata, e si modellano nel calco primitivo di ciò che erano e sono sempre stati, completando l’opera in autonomia.
Può esistere cura soltanto laddove si contempla almeno una possibilità di perdono per ogni possibilità di errore, in quel luogo personale in cui si ha la capacità di sublimare le emozioni, anche quelle insopportabili della paura, dell’abbandono, del tradimento, addolcendole con il chiarore limpido dell’aurora che segue la più nera delle notti. Quel luogo dove i saggi, i pazzi e gli artisti si raccontano l’un l’altro i segreti del mondo, un luogo dove anche uno specchio in frantumi può diventare un’opera d’arte.
Da appendere (ma solo per oggi) al muro del pianto.

Datemi un termostato e vi riscalderò il mondo

Quando ho iniziato ad abitare in una casa con il riscaldamento autonomo, pensavo che questo mi avrebbe permesso di risparmiare, immaginando come prima cosa la possibilità di tenerlo spento in mia assenza. Ma ancora non sapevo che avrei adeguatamente compensato, se non pareggiato (quando non oltrepassato tragicamente) la soglia del risparmio tramite un consumo fuori controllo nei miei momenti di soggiorno casalingo.
Prendi oggi, ad esempio. Essendo sabato, non mi alzo prima delle 9 se non per gravi e plausibili motivi. Quando mi sveglio, indugio sotto il piumone cercando di indovinare l’ora dal gradiente luminoso proveniente dalla finestra sottostante; attendo la prima campana utile per saperlo ma mi riaddormento al quarto rintocco. Il riscaldamento, comunque, è spento.
A un certo punto, suona la sveglia. Sono le 9,15. Ieri sera, temendo di mandare in vacca l’intera mattina dopo aver fatto (moderatamente) tardi, ho messo la sveglia con affetto materno. La me dell’indomani ringrazia, l’ultima volta che mi sono riaddormentata sentendo i rintocchi della campana, ho riaperto gli occhi in un increscioso orario post meridian.
Scendo dal letto e accendo il riscaldamento, dopo poco si spegne da solo. La giornata inizia freddina, ma la temperatura esterna volge rapidamente al tiepido, grazie a un sole battente che mi fa addirittura spalancare le finestre per una mezz’oretta buona a cavallo dell’ora di pranzo.
Il pomeriggio prosegue, esco a fare due passi e finisco per svaligiare Tezenis. Mia complice è stata una delle commesse, decisamente troppo brava a fare il suo mestiere, e io decisamente troppo sensibile agli slip di pizzo a 4,90 € l’uno. Risalgo in casa con la tipica euforia post-shopping e le tipiche guance accaldate post-4-piani-di-scale-a-piedi. Il riscaldamento rimane spento.
Cucino, stendo i panni, lavo i piatti, sposto cose. L’energia cinetica del mio movimento perpetuo mantiene la temperatura della mansarda al di sopra della soglia minima del termostato.
Finalmente mi siedo, accendo il pc per mettere mano a un lavoro iniziato da tempo ma cancellato per sbaglio. C’è bisogno di tutta la mia lucidità per evitare un secondo errore fatale prima del salvataggio.
Concludo il lavoro a due ore abbondanti dal momento in cui mi ero seduta. Tutto il sangue è affluito al cervello causando ipotermia al resto del corpo. Ho il naso ghiacciato, le mani fredde, i piedi surgelati e lo stomaco vuoto. Non desidero altro che spiaccicarmi al termosifone e divorare un vasetto di yogurt, ma appena lo tocco mi ritraggo inorridita. E’ freddo. La caldaia è in silenzio, probabilmente la temperatura in casa è superiore a quella impostata, ma io sono stata per due ore fermasedutaimmobile e ora sto battendo i denti e questo la mia caldaia non può saperlo. Serve un intervento manuale straordinario, perchè il mio obiettivo più a breve termine ora, nella mia vita, è quello di mangiare uno yogurt spalmata come un geco sul calorifero.
Sono a tu per tu con il termostato. In sottofondo, parte la colonna sonora di “Per un pugno di dollari”. Lui che segna 22,5 gradi. Io che, con la cieca follia di un serial killer, voglio che la caldaia si accenda e scaldi quel termosifone. Ci sono momenti nella vita in cui quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Sollevo il dito fino alla freccetta della temperatura e la sollevo di mezzo grado. 23. Sul display compare la faccia della Appendino e in sovraimpressione il numero della sua ultima delibera comunale per ridurre l’inquinamento, ma la mia caldaietta non transcodifica correttamente il messaggio e si accende.
Sono ufficialmente un inquinatore seriale a piede libero. Dopo lo yogurt consumato in intimità col calorifero, finisco la mia cena seduta a tavola. Si sta davvero bene, quasi quasi mi apro una birretta fresca. L’orchidea si sta tramutando in una palma da dattero, vedo a occhio nudo l’acqua che evapora dai panni stesi, un fennec mi passa sui piedi e va a infilarsi sotto il divano. Riconosco nella caldaia un alleato compiacente alla mia personale sensibilità corporea al concetto di “freddo”, vi prego per questo di perdonare ogni abuso che ne faccio a scapito della collettività, dell’ambiente, del comune senso della misura.
In caso contrario, condannatemi e mandatemi in esilio all’equatore.

Venerdì, dici? Assèttate.

Nonostante non abbia apparentemente nulla da dire, ho abbattuto il muro della pagina bianca con la prima cosa che d’istinto mi è venuto da scrivere. La data.
17 febbraio 2017
17-02-2017
L’ho guardata. L’ho riscritta. L’ho rimirata per bene…E direi che ne è scaturito sufficiente materiale per scriverci un post (potere agli incipit. Ci fondo un sindacato autonomo).
C’è questa ridondanza di numeri che sembra una cantilena, un verso rap da cantare coi pantaloni dal cavallo basso e il microfono attaccato alla bocca, a prenderti l’herpes di quello che ci ha cantato prima di te. Diciassette zero due due zero diciassette. Ah, ah. Yeah, yeah.
A speziare ulteriormente l’argomento si aggiunge il fatto che sia VENERDI’ 17, lasciando intendere che oggi potremmo attrarre le peggio sfighe, come se in tutti gli altri giorni la nostra vita fosse un avanti tutta con vento in poppa.
Venerdì 17.
Venerdì, dici? Assèttate.
Mettiti comodo. Ho qui pronti i dieci comandamenti, le tavolette della legge (per associazione d’immagine con la tavoletta del W.C.) ispirate per telepatia dalla sfiga stessa che oggi mi ha scelta come ancella ambasciatrice incaricata alla diffusione del suo decalogo universale.

IO SONO LA SIGNORA SFIGA, TUTTA TUA. Molto piacere. Prima o poi dovevamo fare conoscenza, siccome abbiamo questo rapporto stretto e indissolubile. Guardami e accettami. Esisto e trovi ampie manifestazioni di me, dalla fetta biscottata che si sfracella sempre dalla parte della marmellata, alla traversa della porta colpita dal pallone all’ultimo rigore della finale dei mondiali. Sono nel parcheggio che si accaparra la macchina davanti a te dopo che hai fatto 26 volte il giro dell’isolato, nel bus che arriva alla tua fermata quando non la raggiungerai mai in tempo per salire anche se sei Usain Bolt, sono nel processore dello smartphone che si inceppa due giorni dopo che è scaduta la garanzia.
Devo continuare? Bene, e tu smetti di rinnegarmi.

1) NON AVRAI ALTRA SFIGA ALL’INFUORI DI ME. Si dice erroneamente che le scalogne non vengano mai da sole, invece mi tocca contraddire questa idiozia. Sono sempre io, che mi manifesto in diverse forme. Questo proliferare di polisfighismo è pura demagogia pagana. Eresie di impostori che diffondono idoli contraffatti chiamandoli “Incidenti di Percorso” o “Divertenti Fuori Programma”, e invece no. Sono e resto la sfiga, che mi vogliate prendere sul ridere o sul serio.

2) NON PRONUNCIARE IL NOME DELLA SFIGA INVANO. Tutto questo proliferare di “minchia, che sfiga!”, spesso intercalato da appellativi quali “sfiga di merda” o “quello porta sfiga” non sono altro che la vostra cocciuta e maleducata resistenza a ciò che semplicemente vi deve accadere. Non serve a nulla rivoltarsi con rabbia e blasfemia contro di me. Anzi, non fa che accrescere il desiderio di darvi prova della mia sconfinata e vendicativa potenza.

3) RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE DELLA SFIGA. Venerdì 17 è una delle ricorrenze stabilite e andrebbe adeguatamente celebrata. Un’altra data importante è venerdì 13, ma suggerisco di istituire ulteriori anniversari per commemorare le più importanti fenomenologie a me riconducibili. A San Silvestro commemorerete tutti i gatti di colore nero che vi attraversano la strada. Nella domenica delle palme celebrerete l’olio rovesciato sul pavimento (di palma, extravergine, di semi vari, non v’è differenza). Nel giorno del Ringraziamento vi mangerete il tacchino in tavole apparecchiate rigorosamente per 13.
Sarà altresì gradita ogni forma di celebrazione locale che vorrete portare avanti di vostra iniziativa, quali ad esempio “la sagra del sale rovesciato” o “il palio degli specchi rotti”. Siate creativi e verrete ricompensati.

4) ONORA IL PADRE E LA MADRE DELLA SFIGA ovvero quegli accadimenti a monte che hanno generato la sciagura di turno. Non avreste mai frantumato il vassoio con le tazzine da collezione comprate in Giappone e riprodotte solo in 14 esemplari, se non aveste inciampato nel trenino di legno abbandonato sul pavimento da vostro figlio, e nemmeno se aveste proposto alla vostra ospite la torta Cameo pronta in 5 minuti anziché un caffè per timore di sfigurare. C’è sempre una genealogia alla quale si può risalire andando a ritroso dalla sfiga finale, è bene non rinnegarne mai le origini e trarne così gli adeguati insegnamenti (se vostro figlio snobba i giochi di legno del centro gioco educativo, comprategli il più commerciale dei Batman e lo porterà sempre con sè, e non vergognatevi di aver comprato una torta Cameo a meno che non siate Nonna Papera o Antonella Clerici).

5) NON UCCIDERE una sfiga sul nascere. Lasciate che vada a compimento, non interrompete il suo corso. Diffidate e denunciate ogni imitazione o illazioni quali “sarà stato un caso”, “succede” e “poteva capitare a chiunque”. Nossignori. Sono IO che vi ho scelti tra tanti, abbiate la finezza introspettiva e spirituale di domandarvi “perché proprio a voi”.

6) NON COMMETTETE ADULTERIO andandovi a mescolare con sfighe che non vi appartengono. Ognuno ha la sua predestinata, non si può andare a separare ciò che la sfiga ha unito. Vivrete numerosi momenti di debolezza, attratti nell’illusorio idillio iniziale da sfighe di cui ancora ignorate beatamente la grandezza. Mantenetevi fedeli alla vostra sfiga personale finché buona sorte non vi separi consensualmente, e siate vigili poiché non conoscete né il giorno né l’ora.

7) NON RUBARE una sfiga a qualcun altro. E’ un fenomeno che accade nella condivisione della sfiga, quando si racconta al prossimo la propria esperienza nel delicato processo di rielaborazione dell’accaduto. Se in quel momento l’interlocutore risponde con un “è successo anche a me!” attaccando un discorso che va avanti per 45 minuti, egli sta rubando all’altro il suo diritto ad avere una sfiga propria e di portare la sua intima e personale testimonianza nel mondo.

8) NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA. Mai mentire sulla sfiga, sminuendola agnosticamente con un “è stato un caso” o millantando particolari inventati per ingigantirne l’effetto bomba e pavoneggiarvi di sfighe che non vi sono mai accadute. Non strumentalizzate le sventure, mantenetevi coerenti con voi stessi e con la vostra coscienza.

9) NON DESIDERARE LA SFIGA D’ALTRI. Suggerimento per lo sparuto gruppo di masochisti della sfiga. Per approfondimenti, tornare al sesto comandamento.

10) NON DESIDERARE L’ALTRUI SFIGATO PATRIMONIO. Mantieni sobri i tuoi desideri, resta semplice, resta umile, non cercare di accaparrarti una sfiga sensazionale che ti regali la prima pagina della Sentinella del Canavese solo per apparire più sfigato degli altri. Ricorda, le sfighe del piano materiale sono apparentemente le più consistenti, ma la jella essenziale è invisibile agli occhi.
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Felice e con tetta

Regalo al mondo questa mia riflessione spontanea sulle tette.
E che ci sarà mai da dire, sulle tette, specie da parte di una donna?
Be’, da dire loro ne avrebbero, e molto. Solo per il fatto che non abbiano la parola, questo non significa che non siano esseri senzienti e dai contenuti spesso di alta levatura.
Pur non avendo mai fatto l’esperienza diretta dei molteplici tipi di tette che madre natura ha sparpagliato per il mondo, propongo qui la mia rivisitazione personale della fenomenologia che si nasconde sotto le canottiere.

LA CAMALEONTICA. Tetta ad alta intensità di mimetizzazione. Basta una maglia un po’ più larga et voilà, sei subito una tavola. Particolarmente apprezzata nella preadolescenza, quando eventuali abbozzi di curve sono più un impiccio che un vanto, lo sviluppo è una meta tutt’altro che ambita e non desideri altro che continuare a simulare la tua appartenenza al mondo dell’infanzia. Anche se sei alta quasi quanto tua madre, guardi ancora i cartoni animati e temporeggi al parco davanti alle giostre dei piccoli, salvo poi ritrovarti senza preavviso a fare sogni a sfondo erotico col tuo vicino di banco (ambientati nell’ultima carrozza del brucomela), senza aver avuto il tempo di familiarizzare col significato della parola “ormone”.

L’AGENTE ZERO ZERO TETTE. Fenomeno che accade alla camaleontica, che con l’eccessiva mimetizzazione nel mondo dell’infanzia ha causato alle proprie tette un traumatico arresto della crescita. Passano gli anni, ma loro così sono e così rimarranno. L’agente zero zero tette va a caccia di indizi percorrendo a ritroso i rami femminili del proprio albero genealogico dalla madre alla bisnonna, constatando che tutte si affacciassero da un balcone largo il triplo rispetto al proprio. L’agente impugna il proprio atto di nascita con l’intento di accusare genitori, ostetriche e funzionari comunali di concorso in falso atto d’ufficio, ma le cade l’occhio sul nome di sua zia. E riconosce all’istante il proprio ramo ereditario, facendo mente locale sulla stessa, identica, triste, miserabile circonferenza toracica.

LA CREATIVA. E’ una tetta di taglia piccola o media con spiccato spirito collaborazionista. La creativa può essere sempre nuova e sempre diversa, grazie soprattutto a una vasta gamma di reggiseni che il mercato mette a disposizione: coppe rigide, a balconcino, imbottite, coppe 3 in 1. Intraviste tempo addietro coppe con tasche cucite all’interno dove inserire imbottiture extra, oltre a quelle di serie in dotazione. Tra le raccomandazioni, vi è quella di fare un uso moderato dei supporti descritti e di utilizzarli comunque solo in caso di necessità. Tra gli effetti collaterali registrati, si sono segnalati: dipendenza, sdoppiamento di personalità, disconoscimento delle proprie tette naturali in favore di quelle adottive.

LA GENEROSA. Dopo il definitivo disconoscimento della propria taglia naturale, e dopo aver fatto prove di affido temporaneo con i reggiseni dalla coppa 3 in 1, vi è l’adozione definitiva di un corpo estraneo. Il silicone. Pur mantenendo la struttura d’origine, si aggiunge un posto a tavola. O due, o tre, a seconda degli spazi disponibili e dagli zeri del conto in banca. Fatte le dovute presentazioni con parenti, amici, ma soprattutto con gli amici degli amici, la generosa riscopre una nuova vitalità nella propria vita sociale, dando al mondo la propria lezione di autostima e dando un po’ tutto, in generale.

LA TRANSGENDER. E’ la tetta che è cresciuta nel corpo sbagliato. Quello di un maschio. Pur con sensibili variazioni sul tema, trattandosi di adipe e non di ghiandole, la transgender si sente a casa e in pace con sé stessa. Per far regredire il fenomeno, basterebbero una palestra mirata e un’alimentazione controllata, ma è facile che il soggetto portatore non intenda minimamente occultare la cosa, dando dimostrazione di grande apertura mentale e di accettazione del diverso.

LA CARISMATICA. E’ la tetta che si trascina le folle. E’ la leader indiscussa in ogni situazione, lavorativa, frivola, romantica o trasgressiva. Il giusto peso, la giusta misura, ben proporzionata, né troppo, né troppo poco. Gentile ma determinata, sensibile ma costante. Sta bene a lavoro, alle feste, al Natale con i parenti sotto un pullover di lana di Alpaca ricevuto in dono dalla nonna, così come al carnevale di Rio de Janeiro con un paio di stelline copri-capezzolo. Il suo unico nemico può essere nel tempo la forza di gravità, ma tanta è l’autostima regalata negli anni alla fortunata portatrice, che non verrà minimamente intaccato il terreno fertile delle conquiste che la carismatica ha contribuito a ottenere. Da una solida posizione lavorativa, al marito brasiliano.

L’EROICA. E’ la tetta di taglia abbondante, fuori misura, che straripa dagli argini e invade senza pietà ogni paio d’occhi si trovi nella sua traiettoria. Impossibile non notarla, l’eroica deve affrontare una vita sotto i riflettori voluttuosi e indiscreti degli sguardi altrui, consapevole che mai passerà inosservata. Da questa resilienza allenata negli anni, ha acquisito versatilità notevole, prestandosi bene in contesti assai differenti: dal volgare al materno. Con tutte le equivoche sfumature tra i due. C’è infatti chi ci riesce a giudicare volgare un eroico allattamento in luogo pubblico, e chi cerca la propria madre tra le braccia di eroiche prostitute extra-size.

LA NOMADE. E’ quella che, priva di adeguato accampamento di sostegno, tende a spostarsi in zone limitrofe alla sede di rappresentanza, esplorando porzioni di territorio quali ascelle, plesso solare, ombelico e dorso nei casi più estremi. Data l’intraprendenza e lo spirito d’avventura, si tratta solitamente di una tetta di età avanzata, che dopo una vita di onorato servizio decide di concedersi il meritato relax e qualche interessante gita fuori porta.

LA VEDOVA. E’ una tetta che ha perso la sua metà della mela. La sua anima gemella. Deve imparare a farsi forza senza piangersi troppo addosso, poiché le rimane la responsabilità unica di perpetrare la causa femminile nel soggetto amputato. Quasi sempre viene posto rimedio al lutto attraverso il matrimonio combinato con una protesi, accettato di buon grado per colmare, se non il vuoto affettivo, almeno quello estetico. Come accade spesso a chi subisce eventi traumatici, la tetta vedova ha la possibilità unica di sperimentare una nuova consapevolezza di sé, della vita, dell’amore e dell’intero universo, sparpagliando germogli di speranza nell’arido marciapiede della superficialità in cui molti camminano.

20170210_2234042Dedicato ad Ale, che ha ispirato questo post. Le tette carismatiche sono le sue, anche se non le ha mai (ancora) esibite al carnevale di Rio.